venerdì 28 gennaio 2011

Il vero cristiano è antiberlusconiano

Il vero cristiano è antiberlusconiano



“Vittime” della società non sono solo quelle volute dai poteri perversi, e sono tante, ma ben più numerose sono quelle che io chiamerei “vittime originarie”, quelli esseri umani che nascono per venire protetti ed educati nel cammino della vita e della salvezza, e invece si sentono abbandonati.

Sono i “poveri credenti”, e tutti gli uomini sono poveri credenti, che cercano ancora con ardore la Chiesa del Vangelo di Gesù.

Nella società attuale si è introdotta una forma di imbonimento, malsano e gratificatorio, che intontisce e soprattutto lusinga le persone: una corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile, politica, ma anche culturale e religiosa. Una diffusa mafiosità dei comportamenti, che sembra ormai una conquista di civiltà del nostro tempo.

Il “tutto è lecito” è il valore di oggi, gloria della coscienza umana, finalmente autonoma e libera. Il tragico è che questa vita senza morale rende “interrotti i sentieri” dei giovani, frantumando gli orizzonti e i destini della loro vita.

Il potere esplosivo e rigeneratore della società è la Chiesa di Cristo. La Chiesa può essere non accettata dalla società. Ma essa, per mandato di Cristo, a costo di qualsiasi persecuzione, si trova sempre in mezzo agli uomini.

Che dire allora di una Chiesa che tace e talora si compiace del qualunquismo imperante? La volontà del Padre è diversa da quella del capriccio umano. E se la Chiesa compie certi gesti di incontinenza, Dio si scandalizza di essa.

Come è possibile che uomini di Chiesa “importanti” facciano la barzelletta del peccato?

Si può “contestualizzare la bestemmia”, “la trasgressione pubblica della pratica sacramentale” perché al capo si devono concedere tutte le licenze?

Noi rimaniamo nello sgomento più doloroso, vedendo i gesti farisaici delle autorità civili e religiose, che riescono ad approdare a tutti i giochi del male, dichiarando di usare una pratica delle virtù più moderna e liberatoria.

E’ del tutto sconveniente poi, che per comperare i favori di un gruppo politico, di professione pagano, si dica che esso è portatore genuino di valori cristiani, come è avvenuto per la Lega.

La Chiesa non reca salvezza se rimane collegata agli interessi di classe, di razza, di Stato. Non porta salvezza se è complice dell’ingiustizia e della violenza istituzionali. La Chiesa non può rimanere in rapporto con i poteri oppressivi, col rischio di diventare egoista e indifferente, priva di amore e vergognosamente timorosa.

Noi cerchiamo la Chiesa di Cristo, che mette in movimento tutte le forze portatrici della salvezza dell’uomo.

Noi cerchiamo una Chiesa che agisca da catalizzatore per l’opera di redenzione di Dio nel mondo, una Chiesa che non sia solo luogo di rifugio per privilegiati, ma una comunità di persone a servizio di tutti gli uomini nell’amore di Cristo.

La Chiesa può sbagliare solo per amore dell’amore.

Buona parte del nostro popolo pensa che la corruzione e il malcostume che oggi affliggono l’Italia vengono assecondati dall’attuale governo. La Chiesa perciò non può tenere rapporti di amicizia con esso.

Monsignor Raffaele Nogaro



pubblicato su Micromega del 25/01/2011

domenica 23 gennaio 2011

I 1000 SITI PIU' VISITATI AL MONDO

Siete curiosi di conoscere quali sono i siti nel mondo che ricevono più visite ?

Ci ha pensato Google (se vi fidate) e questo è il link per accedere alla lista.

http://www.google.com/adplanner/static/top1000/#

e sempre nella stessa pagina potrete vedere la classifica dei primi 100 in Italia e tante altre statistiche.

mercoledì 5 gennaio 2011

"20 Sigarette"



"20 Sigarette" con la partecipazione del regista Aureliano Amadei
Giovedì 20 Gennaio ore 21:00 - Cinema Cristallo Oderzo
Io, sopravvissuto, vi racconto Nassiriya
A Venezia un film sull'attentato in cui morirono 19 Italiani e 9 Iracheni. Lo ha girato Aureliano Amadei, che era lì come aiuto regista. E qui spiega perché ha voluto far rivivere il giorno che gli ha cambiato la vita.

Si accende una sigaretta appena arriva con passo lento e claudicante. Aureliano Amadei si appoggia al bastone e ha un tampone nell’orecchio destro da cui non sente quasi più. Ma sorride. Sorride perché è un uomo fortunato. Era a Nassiriya quel 12 novembre 2003 quando un camion cisterna pieno di esplosivo piombò nella caserma dei Carabinieri facendo una strage, 19 italiani, 9 iracheni. Aureliano era arrivato il giorno prima, chiamato come aiuto dal regista Stefano Rolla che girava un film sulla ricostruzione del “dopoguerra”. Ma la guerra non era finita affatto e i nostri soldati mandati lì in missione di pace si trovarono sotto attacco. Aureliano con loro. Sopravvissuto, è riuscito a raccontare la sua storia, prima in un libro (20 sigarette a Nassiryia, scritto con Francesco Trento [Einaudi Stile libero, 12,50 Euro]) e adesso nel film: 20 sigarette, in concorso a Venezia nella sezione Controcampo italiano [...]

Il giovane regista alla sua opera prima non è andato a cercare emozioni facili. E’ riuscito a girare un film in certi momenti anche leggero, ironico. Si ride e si piange seguendo le vicende umane di questo giovane, anarchico, pacifista, che si trova suo malgrado al centro di una tragedia.

«Non è un film di guerra ma un film di umanità. Che effetto mi fa? Durante la lavorazione ero troppo concentrato per soffermarmi sulla mia storia. A rivederlo ora mi sembra quasi che non mi appartenga, che sia accaduto a un altro, e al tempo stesso mi fa star male. Non ho dimenticato nemmeno un frammento di quel giorno e dei successivi, ed è stata questa la mia fortuna. Ne ho potuto parlare, poi scriverne e adesso fare un film. I militari superstiti non hanno potuto: censurati o perché non ricordavano. E hanno sofferto di più». [...]
Lei, quando partì per l’Iraq, era pacifista. Nel film cerca di non fare polemiche, ma qual è la sua posizione adesso?

«Di polemiche ce ne sono state fin troppe al mio ritorno. Quello che raccontavo io contraddiceva la versione ufficiale e quindi sono stato messo a tacere. La penso esattamente come quando sono partito per l’Iraq, ma quello che non riesco più a fare è giudicare. E cerco di capire cosa sento oltre a ciò che penso».
E che cosa sente?

«Mi sento responsabile anche di quello che accade lontano geograficamente. Noi plachiamo la coscienza definendoci contrari alla guerra, ma in Iraq, in Afghanistan abbiamo mandato degli uomini, e non riesco a pensare che ci sia differenza tra me e un militare. Siamo tutti coinvolti allo stesso modo».
Lei però si è tenuto alla larga dalla retorica.

«Il film vuole essere il più antiretorico possibile. Non indago sui sentimenti, li mostro. Nei giorni dopo Nassiryia c’è stata un’orgia di retorica, bisognava fare piangere una nazione intera». [...]
I parenti delle vittime di Nassiriya vedranno il film?

«Certo, organizzeremo una proiezione. Non posso prevedere il loro giudizio. Con il libro alcuni sono stati entusiasti, altri comprensivi».

Dall’intervista di Brunella Schisa,
Venerdì di Repubblica, 13 agosto 2010.