mercoledì 5 gennaio 2011

"20 Sigarette"



"20 Sigarette" con la partecipazione del regista Aureliano Amadei
Giovedì 20 Gennaio ore 21:00 - Cinema Cristallo Oderzo
Io, sopravvissuto, vi racconto Nassiriya
A Venezia un film sull'attentato in cui morirono 19 Italiani e 9 Iracheni. Lo ha girato Aureliano Amadei, che era lì come aiuto regista. E qui spiega perché ha voluto far rivivere il giorno che gli ha cambiato la vita.

Si accende una sigaretta appena arriva con passo lento e claudicante. Aureliano Amadei si appoggia al bastone e ha un tampone nell’orecchio destro da cui non sente quasi più. Ma sorride. Sorride perché è un uomo fortunato. Era a Nassiriya quel 12 novembre 2003 quando un camion cisterna pieno di esplosivo piombò nella caserma dei Carabinieri facendo una strage, 19 italiani, 9 iracheni. Aureliano era arrivato il giorno prima, chiamato come aiuto dal regista Stefano Rolla che girava un film sulla ricostruzione del “dopoguerra”. Ma la guerra non era finita affatto e i nostri soldati mandati lì in missione di pace si trovarono sotto attacco. Aureliano con loro. Sopravvissuto, è riuscito a raccontare la sua storia, prima in un libro (20 sigarette a Nassiryia, scritto con Francesco Trento [Einaudi Stile libero, 12,50 Euro]) e adesso nel film: 20 sigarette, in concorso a Venezia nella sezione Controcampo italiano [...]

Il giovane regista alla sua opera prima non è andato a cercare emozioni facili. E’ riuscito a girare un film in certi momenti anche leggero, ironico. Si ride e si piange seguendo le vicende umane di questo giovane, anarchico, pacifista, che si trova suo malgrado al centro di una tragedia.

«Non è un film di guerra ma un film di umanità. Che effetto mi fa? Durante la lavorazione ero troppo concentrato per soffermarmi sulla mia storia. A rivederlo ora mi sembra quasi che non mi appartenga, che sia accaduto a un altro, e al tempo stesso mi fa star male. Non ho dimenticato nemmeno un frammento di quel giorno e dei successivi, ed è stata questa la mia fortuna. Ne ho potuto parlare, poi scriverne e adesso fare un film. I militari superstiti non hanno potuto: censurati o perché non ricordavano. E hanno sofferto di più». [...]
Lei, quando partì per l’Iraq, era pacifista. Nel film cerca di non fare polemiche, ma qual è la sua posizione adesso?

«Di polemiche ce ne sono state fin troppe al mio ritorno. Quello che raccontavo io contraddiceva la versione ufficiale e quindi sono stato messo a tacere. La penso esattamente come quando sono partito per l’Iraq, ma quello che non riesco più a fare è giudicare. E cerco di capire cosa sento oltre a ciò che penso».
E che cosa sente?

«Mi sento responsabile anche di quello che accade lontano geograficamente. Noi plachiamo la coscienza definendoci contrari alla guerra, ma in Iraq, in Afghanistan abbiamo mandato degli uomini, e non riesco a pensare che ci sia differenza tra me e un militare. Siamo tutti coinvolti allo stesso modo».
Lei però si è tenuto alla larga dalla retorica.

«Il film vuole essere il più antiretorico possibile. Non indago sui sentimenti, li mostro. Nei giorni dopo Nassiryia c’è stata un’orgia di retorica, bisognava fare piangere una nazione intera». [...]
I parenti delle vittime di Nassiriya vedranno il film?

«Certo, organizzeremo una proiezione. Non posso prevedere il loro giudizio. Con il libro alcuni sono stati entusiasti, altri comprensivi».

Dall’intervista di Brunella Schisa,
Venerdì di Repubblica, 13 agosto 2010.

Nessun commento:

Posta un commento