venerdì 25 novembre 2011

Lorenzo Lotto. I dipinti dell'Ermitage alle Gallerie dell'Accademia

Apre a Venezia il 24 novembre la mostra Omaggio a Lorenzo Lotto. I dipinti dell'Ermitage alle Gallerie dell'Accademia che nasce dall’eccezionale prestito concesso dal museo di San Pietroburgo alle gallerie veneziane di due dipinti raramente – o mai - prima visti in Italia: il Doppio ritratto di coniugi e la Madonna delle Grazie.La mostra, promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano, offre un percorso ricco e composito che pone in dialogo le due opere, rispettivamente degli anni Venti e degli anni Quaranta del '500, con altri dipinti lotteschi provenienti da musei europei e dalla collezione delle Gallerie dell'Accademia. L’itinerario della mostra, curata da Matteo Ceriana, comprende inoltre dipinti e sculture coeve derivate da opere del maestro veneziano e documenti che contribuiscono a crearne il contesto storico artistico.

Il Doppio ritratto di coniugi, eseguito verso la fine del soggiorno bergamasco del pittore, rappresenta una coppia di patrizi locali della cerchia dei committenti dell’artista; intorno a questo capolavoro sono raccolte due opere della prima attività lottesca, la Giuditta Aldobrandini di BNL – Gruppo BNP Paribas e la predella della Pala di San Bartolomeo a Bergamo.
La piccola Madonna delle Grazie è invece un’opera più tarda, rielaborazione del maggiore esemplare di Osimo, rubato all’inizio del secolo passato e mai più ritrovato. Il suo stile controcorrente rispetto a quello eroico di Tiziano, un parlare più sommesso e domestico che caratterizza l'ultima fase artistica del Lotto, viene posto accanto a quello potentemente arcaistico dello straordinario 'Vesperbild'' (compianto sul Cristo morto) della Pinacoteca di Brera.
Dell’ultimo soggiorno veneziano è testimonianza lo straordinario Cristo in Gloria del Kunsthistorisches Museum di Vienna: viene qui presentato assieme a una versione precedente proveniente dalla Collezione d’Arco di Mantova e messo per la prima volta a diretto confronto con le tre versioni bronzee che ne ricavò il Sansovino, giunte dalla Basilica di San Marco, dal museo del Bargello di Firenze e dai Musei Statali di Berlino.

Tra i dipinti lotteschi delle Gallerie veneziane si trova la Natività con Domenico Tassi, recentemente restaurata, che testimonia una straordinaria invenzione che Lotto ripeté in forme diverse in altri dipinti, come in quello autografo della Pinacoteca nazionale di Siena presente in mostra assieme a una bella copia, più integra, conservata agli Uffizi e mai prima esposta.                       

Tra i ritratti, è presente il celebre Giovane malinconico di casa Rovero, accompagnato dal ritratto eseguito negli stessi anni del domenicano dei SS. Giovanni e Paolo, dei Musei Civici di Treviso, e da quello proveniente dal Castello Sforzesco di Milano, simile dal punto di vista compositivo ed emotivo.
Altri punti forti dell’esposizione sono il ritratto del Vescovo Negri, eccezionale capolavoro proveniente dal Monastero delle Paludi a Spalato e il Giovane gentiluomo di casa Avogadro, restaurato con esiti insperati e mai presentato al pubblico dopo la mostra veneziana del 1953.

Emozionante, tra i documenti, la possibilità di leggere l’originale testamento autografo che il Lotto lasciò all’Ospedaletto, la confraternita veneziana della quale era membro, esposto per la prima volta in questa occasione.

Ufficio stampa
Anna Zemella
Civita Tre Venezie
t 0415208493 - 335 5426548


sede
Venezia,  Gallerie dell'Accademia
Campo della Carità, Dorsoduro 1050
date
Dal 24 novembre 2011 al 26 febbraio 2012

orari
Lunedì:  8.15 - 14.00 (ultimo ingresso ore 13.15)
Martedì  > Domenica: 8.15 - 19.15 (ultimo ingresso ore 18.30)

chiusura: 25 dicembre, 1 gennaio

info e prenotazioni
tel. (39) 041 5200345
www.gallerieaccademia.org

biglietto intero: € 11
ingresso ridotto: € 9

nell’ambito del progetto
Terre di Lotto

prodotta da
Venezia Accademia

con il sostegno di
Tecnorex
Mizar
Artcare
CS Insurance Service

comunicazione
Civita Tre Venezie

servizi di accoglienza
Verona 83

catalogo Marsilio
a cura di Matteo Ceriana
e Roberta Battaglia

giovedì 24 novembre 2011

GIORGIO CREMASCHI – Se il capitalismo divorzia dalla democrazia

gcremaschiMi è capitato di partecipare a uno di quei talk show televisivi ove la confusione è programmata per fare audience. Lì ho sentito Massimo Cacciari affermare con fastidio che, di fronte al fallimento della democrazia degli stati, è persino ovvio accettare le necessità imposte dall’economia globale. Tale terribile affermazione è scivolata via e questo mi ha convinto che, dopo il postmoderno ed il postfordismo, è il momento della postdemocrazia. Tanti intellettuali di sinistra hanno così accettato lo stato di necessità alla base della costituzione del governo Monti. Tutte le munizioni della critica si sono esaurite nella lotta contro Berlusconi?
La devastazione sociale e culturale di questi 20 anni è stata terribile, così come lo è stato il logoramento della democrazia, ridotta sempre più al pronunciamento popolare su un capo a cui affidare tutto. Mentre azienda e politica, mercato e potere si intrecciavano sempre di più. Berlusconi, che oggi lamenta una democrazia sospesa, è vittima dei meccanismi che ha costruito: il degrado del paese alla fine si è concentrato sulla figura del suo capo.
Pochi mesi fa Alberto Asor Rosa auspicò una deposizione dall’alto di Berlusconi. E questa alla fine c’è stata per opera di quella superiore autorità che è oggi il mercato finanziario internazionale. Non illudiamoci, non siamo stati noi che abbiamo tanto lottato alla fine a far cadere il governo, ma lo spread. Come è toccato alla Grecia, anche l’Italia è stata commissariata. Il ruolo del Presidente della Repubblica, la pacificazione nazionale vengono dopo questa presa di potere da parte mercati internazionali.
I partiti si erano già arresi da tempo. Lo si era capito già un anno e mezzo fa quando Sergio Marchionne impose agli operai di Pomigliano di rinunciare a tutti i diritti pur di lavorare. Marchionne, come Monti, si è presentato in veste austera e con la fama di borghese illuminato, e ha imposto le scelte più feroci come stato di necessità di fronte alla globalizzazione. E il 95% del Parlamento lo ha sostenuto.
Allora Marco Revelli si scagliò con passione e intelligenza contro la FIAT e chi l’appoggiava. Oggi si schiera a favore dell’inevitabile necessità del governo Monti, che pure Marchionne ha sostenuto e difeso. Certo il governo non è un amministratore delegato, anche se questo governo tecnico è ciò che ci somiglia di più. Il punto è che il programma di questo governo è esattamente la lettera della BCE, che a sua volta è il programma unificato che viene imposto a tutti i governi europei dal capitalismo internazionale.
Si sono utilizzati molti paragoni storici in questi giorni. Per me l’unico davvero calzante è quello con il 1914, quando l’Europa e la sinistra si suicidarono per fare la guerra. Oggi la guerra è la schiavitù del debito, che impone lo stesso stato di necessità, lo stesso appello all’unità di patria, la stessa ricerca di un consenso unanime. Se guardiamo in questi giorni il telegiornale a reti unificate che viene trasmesso dalle principali reti italiane, sembra già di essere in una informazione di guerra.
Basta la caduta di Berlusconi a far accettare tutto questo? Per me no. Il governo Monti, con intellettuali di valore, è espressione diretta di quella ideologia neoliberale che ha guidato la politica economica degli ultimi trent’anni. La crisi economica attuale, la crisi della globalizzazione sono proprio il frutto di quelle politiche, eppure il programma economico e sociale del governo propone un rilancio di esse, giustificato da dichiarazioni di equità e da qualche taglio alla casta politica.
Il programma del governo Monti è un classico programma di destra economica liberale e per questo fallirà. Non eviterà il massacro sociale per la semplice ragione che il massacro è già in atto e le politiche liberali non lo fermeranno, quando non lo agevoleranno. E’ il sistema che e’ andato in crisi e non lo si salva certo con l’ unita’ nazionale attorno alle politiche di sempre. La guerra del debito va fermata e non invece combattuta fino al disastro. Occorre una radicale svolta nelle politiche economiche in italia e in europa,a favore del pubblico del sociale, ci vuole una  drastica redistribuzione della ricchezza, altro che equità dei sacrifici  per rassicurare i mercati.
Il governo Monti fallirà nel suo obiettivo di fondo, rilanciare la crescita, e la crisi si aggraverà. A quel punto cosa succederà della nostra democrazia già posta sotto il vincolo della necessità?
Michele Salvati sul Corriere della Sera paragona Monti a un dictator romano, ma afferma che il suo compito è più difficile perché camera e senato dovranno approvare ogni sua iniziativa… Quali poteri speciali verranno reclamati allora per il governo, se le cose dovessero peggiorare e se la logica politica resterà la stessa? Dove ci fermeremo se ci fermeremo?
Il capitalismo occidentale sta divorziando dalla democrazia, se si vuole salvare la seconda bisogna mettere in discussione il primo. Superato Berlusconi resta in piedi tutto il meccanismo ideologico e di potere che l’ha portato al governo in questi anni.
Credo che questo sottovalutino alcuni amici intellettuali profondamente impegnati. Io penso essi non abbiano colto la dimensione della crisi e anche quella delle forze in campo. Essi sperano che il governo Monti ci dia una tregua nella quale riorganizzare le forze per una alternativa reale al berlusconismo. Ma si sbagliano, la tregua non ci sarà, ci sarà invece l’attacco all’articolo 18 e alle pensioni, ai bene comuni e alla scuola pubblica e non perché i nuovi governanti siano cattivi o prepotenti, ma perché questo è il loro mandato. No, questa tregua non ci sarà e per difendere la democrazia e cambiare davvero si dovrà partire dall’opposizione a questo governo e non dal consenso, seppure per necessità, ad esso.
Giorgio Cremaschi – da Liberazione
(21 novembre 2011)

giovedì 17 novembre 2011

Mattei. Petrolio e fango
Les Enfants du Paradis_Festival della Narrazione di Arzo, Svizzera_ Esteuropaovest Festival

di e con Giorgio Felicetti
con la partecipazione di Valentina Bonafoni

Francesco Niccolini e Giorgio Felicetti testo teatrale
Giorgia Basili scene e costumi
Stefano Romagnoli luci
Marianna Brilla e Lisa Paglin training vocale

auditorium quarto piano
ingresso: intero 7 euro - ridotto 5 euro (Candiani Card, CinemaPiù, studenti)




Enrico Mattei, ovvero la storia del lavoro italiano 
"Tutto è spaventosamente chiaro".
Pier Paolo Pasolini
 MATTEI è storia di petrolio.
MATTEI è giustizia annegata nel fango.
MATTEI è una stella di fuoco che cade il 27 ottobre 1962 a Bascapé.

Mi piacciono le figure umane paradigma del presente, e sia "l'Adriano operaio" protagonista del mio precedente lavoro, e ancor di più l'Enrico Mattei condottiero d'impresa, sono due facce simbolo della stessa medaglia: "la storia del lavoro italiano".
Questo singolare personaggio di "patriota", prefigura un'"Italia nazione" che si riscatta da una guerra mondiale perduta tragicamente, dalla povertà atavica, dalle valigie di cartone dei nostri migranti, e trova la sua identità e la sua dignità nel lavoro.
Mattei è la storia di un ragazzino nato e vissuto nelle Marche, ma che ben presto parte per Milano a cercare il futuro, qui fonda una piccola fortunata industria chimica e inizia a frequentare gli ambienti politici democristiani, partecipa alla Resistenza, nel dopoguerra fa rinascere l'Agip e fonda l'Eni, rivoluziona la politica energetica nazionale ed internazionale, fino a diventare "l'italiano più importante dopo Giulio Cesare".
Teatro d'inchiesta o narrazione civile, giallo storico o thrilling industriale:
Mattei è racconto epico di giustizia negata.
Il testo dello spettacolo, scritto a quattro mani con Francesco Niccolini, è frutto di una lunga ricerca fatta di testimonianze dirette, interviste a persone che hanno conosciuto Mattei, e di consultazione di libri, foto, film, documentari e soprattutto dei materiali prodotti dal Tribunale di Pavia, sulla ricostruzione degli ultimi giorni di vita e sul giorno della morte del Presidente dell'ENI.
Lo spettacolo racconta un Mattei di sconvolgente attualità, e getta una nuova, inquietante luce, su questa morte annunciata, primo tragico capitolo di quello che Pier Paolo Pasolini definisce il "romanzo delle stragi".


Note di regia
Perché uno spettacolo su Enrico Mattei?
Il "grande corruttore incorruttibile", il "grande capitano d'impresa", il "grande italiano", il "grande pericolo per l'Occidente", "l'italiano più grande dopo Giulio Cesare".
C'è sempre il "grande", vicino ad ogni definizione che riguardi Mattei.
Enrico Mattei è probabilmente il personaggio del secondo Novecento italiano su cui si è scritto di più, una sterminata bibliografia, ancor più che su Aldo Moro.
C'è stato un bellissimo film di Francesco Rosi, una recente fiction televisiva, meno bella.
E ancora oggi, ogni giorno, viene fuori il nome di Enrico Mattei, sui più svariati argomenti: in TV parlano di geopolitica, del Mediterraneo in fiamme, è Mattei che, prevedendo la necessaria emancipazione dei paesi africani e del Maghreb, per primo mette l'Italia al centro del Mediterraneo; si parla di scontro tra giustizia e potere: la sua vita e la sua morte sono al centro di questo conflitto.
Si parla di nuovo giornalismo e di editoria, ecco il Mattei fondatore de Il Giorno; si parla di crisi energetica, e lì il gioco è semplice, Mattei è stato l'energia italiana; parlano di nuova architettura, è Mattei che ha fatto costruire il villaggio di Borca di Cadore, ancora oggi studiato come modello anni Cinquanta; si parla di comunicazione, di arte figurativa e marketing, oppure di energia nucleare, e trovi Mattei.
Insomma, anche se circondata spesso da un alone di ostilità e mistero, l'eredità di quest'uomo è ancora immensa.
Enrico Mattei a suo modo, tra luci accecanti ed ombre spaventose, è la figura di un patriota.
E adesso mi accorgo che anche lo spettacolo Mattei, a suo modo, è uno spettacolo "Patriottico".
All'interno dello spettacolo ci sono delle vicende mai raccontate, c'è un'importante intervista inedita ad un personaggio molto vicino a Mattei, e soprattutto, ci sono gli atti e le conclusioni del Tribunale di Pavia, riguardanti l'ultimo processo sul "caso Mattei", e i legami tra la morte di Mattei e quella di Pier Paolo Pasolini.


Giorgio Felicetti

 Centro Culturale Candiani
Piazzale Candiani, 7
30174 Venezia Mestre


Come raggiungerci

In treno:
dalla stazione F.S. di Mestre prendere l'autobus Linea 2 (fermata sotto l'Hotel Plaza), scendere alla fermata ex Ospedale e percorrere via Antonio da Mestre fino a piazzale Candiani

In auto:
uscita Tangenziale Castellana, seguire indicazioni park Candiani, prendere via Einaudi svoltare alla prima a destra fino a piazzale Candiani

lunedì 14 novembre 2011

Zizek: Crisi del capitalismo, rischi autoritari e utopie possibili

Intervista a Slavoj Zizek di Federico Rampini, da "D", 12 novembre 2011

"Mi vergogno a chiederlo, ma adesso avrei proprio bisogno di zucchero, zucchero puro". Sfido io! È da un'ora che Slavoj Zizek sta seduto davanti a me, nel mio ufficio su Broadway, e praticamente non ha ripreso il fiato. "I francesi mi chiamano scherzosamente Fidel Castro, perché se sono un po' giù di forma parlo tre ore senza interruzione, altrimenti vado avanti per cinque ore".
È un fiume in piena, un ciclone, una forza della natura. Ha il senso della battuta, mi provoca osservando che "i giornalisti più bravi sono quelli capaci di farmi dire l'esatto contrario di quel che penso, ma senza cambiare una sola sillaba delle mie parole".

Sfodera un sarcasmo pungente, soprattutto quando osserva con distacco la propria vicenda personale e politica: "Quando c'era il comunismo in Jugoslavia mi mettevano al bando dicendo che non ero comunista. Oggi gli stessi comandano in Slovenia, dopo aver cambiato casacca, e a questo punto mi accusano di essere comunista". Passa in rassegna tutti i libri sulla Cina che vede sugli scaffali della mia biblioteca, e d'improvviso vuole sapere se, tra le star del cinema femminile, trovo più sexy Gong Li o Zhang Ziyi. Eccolo qui davanti a me, larger than life (più grande della vita) come direbbero gli americani, l'enfant terrible della filosofia contemporanea Slavoj Zizek. 62 anni, nato a Lubiana, umanista, sociologo, studioso di psicanalisi, ex candidato alle presidenziali in Slovenia, le sue opere sono tradotte nel mondo intero. Lo hanno battezzato un "filostar", con un pizzico di cattiveria, per metterlo nella categoria dei filosofi che sono anche delle star dei media.

Filostar è l'ultima versione di quelli che - quand'ero ragazzo - furono i nouveaux philosophes francesi, capaci di unire le dissertazioni colte sulla psicoanalisi lacaniana, l'impegno politico militante, il protagonismo nei talk show televisivi. Però Zizek, proprio contro uno degli ex nouveaux philosophes, Bernard-Henri Lévy, è stato protagonista qui a New York di memorabili scontri nei dibattiti pubblici. Perché lui può essere un polemista formidabile, capace di prendere di petto le mode culturali, sbeffeggiare i suoi colleghi, sconcertare i suoi numerosissimi seguaci. È vulcanico - "Ho appena finito un saggio di mille pagine su Hegel", mi dice dopo avere ingerito qualche bustina di zucchero - alterna la sua vita tra Lubiana (la parte più privata: per stare coi figli, "nessuna vita sociale"), Londra e New York dove ha due incarichi di docente - ma i suoi itinerari sono ben più complicati.

Quando lo incontro è appena tornato da Stanford, in California, per un ciclo di conferenze. Qui a Manhattan, oltre a insegnare alla New York University (NYU), è praticamente di casa a Zuccotti Park, dove campeggiano da un mese e mezzo i manifestanti di Occupy Wall Street. Essendo uno dei più autorevoli esponenti del revival mondiale del marxismo, Zizek è considerato un padre teorico del movimento degli "indignati". Eppure, come su ogni altro tema, anche su questo le sue opinioni non sono mai scontate. Anzi, quando lo interpello su questo movimento le sue prime parole sono di pessimismo: "Sì, in questo momento mi definirei moderatamente pessimista. Non vedo alcuna rivoluzione all'orizzonte. Chissà che al contrario non stia per spuntare qualche forma nuova di regime autoritario".

Qui in America tornano a fiorire gli studi marxisti, si pronuncia l'espressione "lotta di classe" che era diventato tabù da decenni. Dopo una lunga egemonia della destra culminata col movimento anti-stato del Tea Party, finalmente la piazza torna a essere occupata da un movimento di sinistra. Per lei non è il momento di celebrare?
"Partiamo dall'origine di questo movimento, cioè dagli indignados spagnoli. Loro proclamano una totale sfiducia nei politici, ma al tempo stesso usano un linguaggio rivendicativo molto tradizionale. Questo mix di sfiducia e protesta può essere pericoloso. Può spuntare la voglia di un nuovo leader, un capo supremo. Viviamo un'epoca pericolosa, io non appartengo alla sinistra ingenua".

Colpisce il consenso raccolto dal movimento Occupy Wall Street: i due terzi dell'opinione pubblica americana si riconoscono nelle ragioni generali della protesta, contro le diseguaglianze, contro le oligarchie della finanza.
"L'opinione pubblica capisce che non siamo di fronte soltanto a un problema di corruzione di individui o di alcune categorie, ma che l'intero sistema economico non funziona. E non è solo una crisi del modello neoliberista, esso stesso in larga parte un mito: da Ronald Reagan a George W. Bush il neoliberismo puro non è mai esistito, ciascuno di questi presidenti ha fatto ampio ricorso allo stato quando era necessario".

Di fronte a questa crisi sistemica, c'è una riscoperta dei "classici": si torna a parlare di eguaglianza sociale, di giustizia, perfino di socialismo, in una nazione come l'America dove la sinistra era in ritirata da decenni.
"È qui che dico che io non appartengo a una vecchia sinistra. Non m'illudo che si possa affrontare questa crisi con un ritorno a ricette del passato. Il XX secolo è davvero finito per sempre, il comunismo appartiene a quel secolo. La fase che attraversiamo mi ricorda un celebre detto di Antonio Gramsci, che si può parafrasare così: il vecchio ordine sta morendo, ma un nuovo ordine non è ancora nato, questo è il momento in cui possono apparire dei mostri. Ecco, io non ho un'idea chiara di quel che sarà il nuovo ordine. Qualcosa di nuovo nascerà, ma non possiamo sapere quali caratteristiche avrà. La mia diagnosi è pessimista: il capitalismo è in una crisi vera. Ma ho osservato con preoccupazione ciò che può accadere come reazione alle crisi, per esempio l'orribile ascesa di una destra xenofoba in tutta l'Europa dell'est. In questi tempi di confusione c'è bisogno di qualche ancora di stabilità morale. Vedo che l'Europa tecnocratica sta franando, ed è accerchiata da ambo i lati: l'ascesa della destra, e i nuovi movimenti di sinistra. Ma se la sinistra non propone un nuovo progetto, vedremo nuove forme di capitalismo autoritario. Non penso al ritorno dei fascismi, semmai a delle forme di edonismo liberale, autoritarismo soft alla Berlusconi, ammantate di una sorta di buddismo occidentale".

Lei prende le distanze da ogni nostalgia del XX secolo, e tuttavia le è capitato di definirsi ancora comunista. In che senso?
"Poiché sono stato disoccupato per sei anni nel mio paese, a causa delle mie idee, quando ancora c'era un regime comunista in Jugoslavia, non mi faccio alcuna illusione. Credo che il comunismo oggi vale in quanto "la definizione del problema". Il grande problema che la società ha di fronte è il destino dei beni comuni, come l'ambiente. In questo senso mi riconosco nell'interesse che Toni Negri ha per tutta la tematica dei commons, anche se divergo da molte sue affermazioni. Alla sinistra ho tante critiche da fare. In Grecia, per esempio, non perdono alla sinistra di giocare la carta dell'anti-europeismo, e di ignorare le proprie responsabilità nell'avere usato per tanti anni il clientelismo assistenziale. Ma non amo particolarmente neppure la happening hippy left, la sinistra hippy che ama gli happening, di cui c'è qualche componente qui nel movimento Occupy Wall Street: la sinistra deve anche porsi il problema dell'efficienza, deve trasformare questa crisi nell'occasione per costruire un nuovo ordine positivo".

Questa è la critica che viene anche dai riformisti più tradizionali. Bill Clinton ha detto del movimento Occupy Wall Street che deve definire al più presto un programma, una lista di obiettivi concreti.
"Se la critica è formulata in questi termini, non sono d'accordo. Siamo nella fase iniziale di un movimento, è legittimo che i suoi sbocchi restino aperti. Se lo si incalza troppo, si finisce in una di queste due direzioni: o nell'utopia pura, oppure in una pragmatica richiesta di ottenere più soldi per il welfare state. Né l'una né l'altra strada ci tirerebbero fuori da questa crisi. Io penso che il momento più interessante sarà il day after, il giorno dopo la stagione degli "indignati", quando l'entusiasmo sarà svanito. È allora che vedremo cosa resta, come traghettare verso un nuovo ordine che renda la nostra vita migliore. Per adesso non vedo affiorare idee nuove, certo non dalla Spagna e nemmeno dalla Grecia. La vecchia sinistra non ha risposte, il pragmatismo alla Clinton neppure. Alla fine c'è una sinistra che funziona meglio delle altre ed è quella cinese. Terribile segnale, perché in Cina c'è il divorzio tra democrazia e capitalismo, la prima forma veramente efficiente di capitalismo autoritario. Io mi chiedo spesso se sappiamo cosa sia la Cina: è una nuova forma di capitalismo? Una volta ci ho scherzato sopra, parlando con Francis Fukuyama, che scrisse della "fine della storia" dopo la caduta del Muro di Berlino. "Ha ragione", ho detto a Fukuyama, "il capitalismo ha vinto, però la sua versione più forte è governata da comunisti". Lo sa cosa mi hanno raccontato della Cina? Non so se sia vero, ma sarebbe bello se fosse vero: che tra i vari tabù della censura di Stato, le autorità di Pechino cercano di proibire su internet le "realtà alternative", le società virtuali, e al cinema i censori non amano che la fantascienza raffiguri i viaggi nel tempo. Sarebbe bello in questo senso: vorrebbe dire che almeno i leader cinesi hanno ancora paura che la gente possa sognare".

Quando oggi parla del nuovo ordine che può emergere da questa crisi, ma ancora non c'è e si stenta a immaginarne i contorni, si capisce che noi facciamo una gran fatica a sognare.
"Eccole una battuta che ho fatto altre volte: noi siamo capaci di immaginare molto facilmente la fine del mondo, un asteroide che colpisce la terra e la distrugge, l'abbiamo vista tante volte al cinema. E invece non riusciamo a concepire un cambiamento sociale anche piccolo. Tutto ci sembra possibile, ma non che si possano dedicare più risorse al welfare. Strano, no? Poi uno va nei paesi scandinavi e scopre un contratto sociale molto diverso dal nostro. Per esempio, là il divario medio tra lo stipendio del chief executive e quello di un dipendente dentro la stessa azienda è di sei a uno, non 600 a uno come negli Stati Uniti. Eppure funziona, la gente lo accetta, non è certo egualitarismo comunista se il capo azienda può guadagnare sei volte più dell'operaio. E le economie dei paesi scandinavi sono competitive. Allora questo ci costringe a interrogarci: che cosa rende socialmente accettabile un certo livello di diseguaglianze? Quello che viene considerato "normale", o addirittura viene presentato come una "legge di mercato" in un paese, è il frutto delle aspettative sociali, dei rapporti di forze, delle battaglie".

Quindi la Scandinavia è un'utopia possibile, dove si verifica quotidianamente la praticabilità di una società più equa e solidale. Ma nei suoi discorsi affiora anche un altro esito possibile di questa crisi, una soluzione di tipo autoritario. Siamo ad un remake degli anni Venti e Trenta, quando la Grande Depressione fu affrontata in alcuni paesi con risposte di sinistra (il New Deal di Roosevelt e il Fronte Popolare in Francia, più alcune socialdemocrazie nordiche) ma in Germania portò al potere Hitler?
"L'autoritarismo del futuro io lo immagino più simile al vostro Berlusconi, una sorta di Groucho Marx al potere, una commedia ridicola e tuttavia autoritaria. Se cerco una rappresentazione di fantasia, mi viene in mente Brazil, il film di fantapolitica che Terry Gilliam diresse nel 1985. Immagino un autoritarismo berlusconiano nel senso che vedo la possibilità di un assetto politico-sociale molto permissivo verso i piaceri privati, pronto a chiudere un occhio su ogni sorta di orge, pur di favorire la spoliticizzazione".

E di Barack Obama, che cosa pensa?
"È il primo presidente socialdemocratico degli Stati Uniti. Per questo le reazioni contro di lui sono state così paranoiche. Ma non credo ci sia spazio per un riformismo graduale. Oggi forse la vera utopia - nel senso letterale di un'utopia che non ha luogo, irrealistica - è pensare che le cose possano andare avanti con degli aggiustamenti, senza un cambiamento profondo e radicale".

(12 novembre 2011)

sabato 12 novembre 2011

Granello di sabbia. Info 225

Le battaglie per l’acqua dopo il voto referendario

Clicca qui per scaricarlo

- Quale relazione fra crisi, politiche europee del patto di stabilità e beni comuni - Marco Bersani - pag. 2

- Come costruire la gestione partecipativa e democratica dell’acqua - Fabrizio Valli - pag. 5

- Con quali strumenti costruire vertenze territoriali dell’acqua - Severo Lutrario - pag. 12

- Accordo sulla FTT e politiche sociali europee - Fabrizio Valli - pag. 15

lunedì 7 novembre 2011

Alberto Toso Fei: I misteri di Venezia



SPAZIOEVENTI al Casinò

Mercoledì 9 novembre - ore 18.00

Alberto Toso Fei, I misteri di Venezia

A due anni dalla pubblicazione de I segreti del Canal Grande esce il nuovo, attesissimo libro di Alberto Toso Fei: la guida alla Venezia dei misteri (scheda di seguito). Sette notti, sette percorsi nella Venezia nascosta che verranno raccontati dall'autore, in anteprima, a SpazioEventi al Casinò, con interventi musicali di Angela Milanese, che proporrà un repertorio di musica veneziana in chiave moderna per voce e contrabbasso, accompagnata da Maurizio Nizzetto, con brani tratti dal suo "Peregrinazioni lagunari"
Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili



SpazioEventi al Casinò
www.spazioeventi.venezia.it
spazioeventi@libreriatoletta.it
041 24 15 372

"A me Venezia fa sempre venire un brivido in più che è quella sensazione magica che si prova davanti ad un mistero affascinante. […] Un giorno Alberto mi ha fatto fare un giro per la sua città raccontandomi un po’ delle tante storie misteriose che si nascondono dietro gli angoli e io è così che sono rimasto, a bocca aperta. Non esiste nel mondo un’altra città come questa. Ecco perché se dovessi rinascere un’altra volta – nonostante come emiliano romagnolo mi sia trovato molto bene anche da questo punto di vista – sceglierei Venezia. Perché ho un cuore da "giallista" amante dei misteri, e se avete scelto di leggere questo libro sapete tutti cosa intendo dire" dalla prefazione di Carlo Lucarelli

Un viaggio in sette notti – ma pienamente godibile anche di giorno – alla scoperta di una Venezia diversa, segreta e misteriosa, fatta di segni levigati dal tempo, ma ancora riconoscibili e tutti da scoprire. Sette percorsi tra storia e mito, in cui leggende e curiosità, fatti insoliti e aneddoti divertenti, si materializzano nei luoghi in cui ebbero vita; ed ecco che fantasmi e demoni, dogi e cortigiane, personaggi storici e creature leggendarie, ricompaiono là dove il reale e l’immaginario si intrecciano nella storia dei luoghi.
Meglio se di notte perché, passeggiando nel silenzio, diventa più bello riprendere possesso della città e scoprire, magari dietro a una finestra o nel buio di un sotoportego, i protagonisti di quelle storie che sono ancora là, pronti a raccontarci di loro; oppure ritrovare, scolpiti nelle pietre, forme e messaggi testimoni di antiche vicende.
Misteri di Venezia è un modo diverso, avvincente e suggestivo, di visitare la città, di conoscerne la storia più intima e segreta – attinta alla Storia ufficiale (quella meno nota) e alla tradizione orale – con cui il
lettore/viaggiatore vive un’esperienza unica e indimenticabile.
Misteri di Venezia propone le storie più belle raccolte negli anni dall’autore, riscritte e organizzate in itinerari, che costituiscono una sorta di "the best of"; il tutto arricchito da nuove entusiasmanti (e antichissime) storie inedite, come quella del "Morto che si uccise per amore", che attraverso la vicenda del pittore Pietro Luzzo racconta uno spaccato di vita cinquecentesca e tenta di dare un significato al nome del "Casin dei Spiriti"; oppure quella del Golem di Venezia, un essere artificiale di cera creato da una maga per far innamorare una ragazza riottosa, che però poi acquista una sua autonomia e tenta di trascinarla all’inferno…
E ancora, le mille Venezie disseminate nel globo; la "Nobiltà Nera" veneziana che da secoli deciderebbe i destini del mondo dalla quale discenderebbero tutte le case reali d’Europa; la vicenda del gondoliere che – travestito da prete – cercò di redimere alcune meretrici e quella di Goethe, che assoldava i gondolieri per farsi declamare le odi del Tasso e dell’Ariosto. Infine, negli anni ’20, un intero plotone di soldati sparò per ore in un canale: l’ordine era uccidere il mostro di Punta della Dogana... ma non riuscirono nel loro intento.
Misteri di Venezia è poi il primo libro del suo genere arricchito dalla novità del Codice QR (che rimanda a contenuti multimediali grazie alla lettura ottica), che permette attraverso dei video di vivere alcune delle storie narrate nei luoghi dall’autore; una maniera di sposare la tecnologia più moderna all’antica dimensione del racconto. Misteri di Venezia inaugura una nuova collana dedicata alla storia segreta delle città più belle d’Italia.
Inoltre, il volume è impreziosito da una veste grafica particolarmente ricercata, da diverse mappe dei percorsi, da una serie di fotografie in bianco e nero e da varie illustrazioni, il tutto nato dalla creatività di Alessandro Toso Fei.

Alberto Toso Fei discende da un’antica famiglia di vetrai di Murano e oggi vive tra Venezia e Roma. Appassionato di storia ed esperto di misteri, la sua ricerca nasce da lontano, da quando decise che avrebbe raccolto le storie che sentiva raccontare dagli anziani, per non disperderle e fermarle nel tempo. Gran parte del suo lavoro nasce dunque dal recupero della tradizione orale con l’idea di farla rivivere, ricreando il piacere della narrazione e del racconto. Da tutto ciò sono nati diversi libri, incentrati su Venezia, che hanno avuto grande successo, l’ultimo dei quali è I segreti del Canal Grande (Studio LT2). E da questa esperienza nasce oggi Misteri di Venezia, punto di arrivo di una ricerca di molti anni, che riporta le storie nei luoghi dove ebbero origine, per restituire loro nuova vita. I libri di Alberto Toso Fei fanno della lettura un’esperienza nuova e avvincente, grazie anche all’ausilio delle nuove tecnologie, così come è accaduto con la fortunata saga che va sotto il titolo di The Ruyi, due libri-gioco su Roma e Venezia (Log607/Marsilio) con cui è possibile visitare le città allineando le pagine con l’uso del telefono cellulare, divenendo protagonisti di una straordinaria caccia al tesoro culturale. Tutte le pubblicazioni e molte altre notizie curiose su www.albertotosofei.it